Gervasonishock: cosi truccavo le partite - I AM CALCIO BENEVENTO

Gervasoni shock: cosi truccavo le partite

L'ex calciatore Gervasoni
L'ex calciatore Gervasoni
MantovaFocus

«Ho truccato una dozzina di partite dove ero io in campo, poi ho cercato di combinarne altre dove non giocavo». Sono le dichiarazioni di Carlo Gervasoni, ex calciatore del Mantova nella stagione 2009/2010 che culminò con la retrocessione  della squadra del Presidente Lori e testimone chiave nell’ inchiesta sul calcioscommesse, nel corso di una intervista alla trasmissione OpenSpace in onda domenica 11 ottobre in prima serata su Italia 1. «Dare un numero esatto dei calciatori che ho contattato per le combine è complicato perché c’è ancora un processo, ma più o meno sono riuscito a contattarne una sessantina. Su questi sessanta solo due hanno detto no, un italiano e uno straniero. Era più complicato convincere lo straniero a truccare la partita, piuttosto che gli italiani che si ponevano problemi all’inizio, poi quando avevano la mazzetta prima della gara, era più facilitati», aggiunge l’ex giocatore.

Gervasoni spiega, inoltre, come è entrato in contatto con il cosiddetto "clan degli zingari": «Il primo contatto con il clan è stato simila ad un corteggiamento, siamo andati a cena 4-5 volte, ci hanno fatto capire cosa pretendevano da noi e fondamentalmente quello che dovevamo fare. Loro scommettevano su piattaforme particolari, asiatiche, in quanto era piu’ facile evitare il tracciamento delle giocate  e dove non veniva identificato il flusso anomalo di soldi, anche perché loro scommettevano solamente live, durante la partita». «La prima volta ci hanno dato 100mila euro da spartire. La prima partita combinata la proposi a un buon numero di giocatori, 6 o 7. La partita era Albinoleffe-Pisa, febbraio 2009. Il clan era molto organizzato, ogni 20-30 giorni mi cambiavano la sim del telefono che usavamo solamente per dirci "ci sono",  ma poi principalmente ci sentivamo su Skype. È durata fino alla prima ondata di arresti, nel maggio 2011».

«Perché mi sono venduto le partite? Per soldi. Non so dire una cifra totale che ho guadagnato, facevo un lavoro in cui guadagnavo bene, anche 10-15mila euro al mese. Ho giocato un anno senza prendere lo stipendio (è possibile che si riferisca proprio alla stagione di Mantova, ndr), ma questa non è assolutamente un alibi.  Loro arrivavano a darmi, personalmente, anche 80mila euro». E racconta: «Non dormivo tranquillo, ma con un’adrenalina positiva, non sono ipocrita, sono pentito, ho sbagliato ma se l’ho fatto è perché fondamentalmente mi andava bene il fatto che in così breve tempo portavo a casa così tanti soldi e senza grande fatica.  Mi sono sentito una m...., sarei un ipocrita a dire il contrario, fingevo anche con i miei compagni perché spesso ho giocato anche contro la mia squadra». Alla domanda sul come si fa a combinare una partita e quanti giocatori bisogna comprarsi, Gervasoni risponde deciso: «La struttura portante di una squadra è fondamentale, ovviamente se si ha il portiere si parte avvantaggiati, poi se hai l’attaccante e un difensore è molto più facile».

«Mi chiedete se adesso ho dubbi guardando le partite? Si ho molti dubbi, adesso le guardo con altri occhi, sono molto malfidente. Me ne accorgo dagli  atteggiamenti  un po’ sopra le righe dei giocatori e guardando i loro volti ». Ed aggiunge: «Ho deciso di parlare per togliermi un peso non facile da tenere dentro e poi perché mi avevano beccato con le intercettazioni e avevo paura di fare il carcere. Se non avessero fatto le intercettazioni, starei giocando ancora, magari non in maniera propriamente pulita. Sono sincero, se non mi avessero beccato sarei andato avanti».

Gervasoni racconta, inoltre, i dettagli di una partita in particolare, Atalanta-Piacenza dell’aprile 2010: «Fu la madre di tutte le partite anche perché scoprì appena prima di iniziare, che non ero l’unico a sapere della combine. Durante il giro di ricognizione del campo Doni mi chiese se era tutto ok e quel "tutto ok" capii subito che era riferito al fatto che si trattava della combine della partita, anche perché era già una partita molto chiacchierata anche prima che si giocasse. In quell’occasione inizialmente dovevamo perdere con due gol di scarto e successivamente perdere con un over 2,5, quindi 3-0, 3-1 e via dicendo. La difficoltà nell’accomodarla era che loro, scommettendo live, nei primi 10 minuti non dovevamo prendere gol, perché nel caso ne avessimo subìto uno non dovevamo tenerne conto. Il problema di quella partita era che loro, anche essendo più forti, non riuscivano a segnare. Per fortuna un mio compagno, non coinvolto della combine, con un intervento grossolano procurò un rigore ma eravamo a più della mezz’ora e dovevamo subire un altro gol. Il fatto particolare è stato che io riferii di Doni al mio portiere, anche lui coinvolto, che mi disse di far tirare a Doni il rigore centrale. E io durante il riscaldamento dissi a Doni di tirarlo centrale nel caso avessero avuto un rigore a favore. Il problema era che dovevamo subire un altro gol. Ero terrorizzato che pareggiassimo, a tal punto che ho dovuto creare questo scontro di gioco che portò al rigore. Se non fosse stata una partita combinata non avrei mai fatto un intervento del genere. Poi protestai con l’arbitro perché non potevi far capire ai compagni, all’allenatore che tu l’avessi fatto apposta. Era normale che si recitasse una parte si era degli attori di un brutto film. Quando poi si raggiunse il risultato, non contenti, subimmo anche il terzo gol, sempre con un errore mio che rivisto adesso è anche abbastanza imbarazzante. In questa partita, da parte nostra eravamo in tre: non voglio fare nomi perché non sono presenti qua, anche se i nomi sono scritti sulle carte. Dell’Atalanta non lo so, so di Doni perché è venuto prima della partita, degli altri non lo so».

Termina cosi l’inquietante intervista di un ex calciatore, che dimostra come il mondo del calcio è stato, è, e sara sempre soggetto ad infiltrazioni del malaffare sia esso relativo alle scommesse che ad altro. Gli Organi di Vigilanza e di Giustizia Sportiva ed Ordinaria dovrebbero soprattutto controllare in modo radicale le categorie inferiori, nelle quali  giocano atleti che spesso e volentieri non percepiscono i denari concordati con le società che spesso entrano in crisi finanziaria e non riescono ad onorare i propri impegni. E proprio in questo sottobosco delle leghe inferiori i giocatori sono i piu’ esposti e corruttibili, in quanto, avendo magari famiglie a carico, potrebbero non riuscire a portare a casa uno stipendio che ne assicuri la vita decorosa, e quindi possono essere posti davanti ad un bivio ed a maggiori rischi di accettazione di “combine”. Solo con un controllo ferreo delle società ammesse ai campionati, senza iscrizioni “fantasma “ o non garantite, con controlli precisi delle entrate e delle uscite, si puo’ cercare di limitare un fenomeno che non fa altro che allontanare i tifosi da quello che dovrebbe essere il gioco piu’ bello del mondo e che rischia di fare la fine di altri sport, quali l’ippica ad esempio, che una volta scoperte le combine sui cavalli e sui fantini ha allontanato una buona parte degli appassionati riducendo in maniera drastica sia le corse che i montepremi e tutto l’indotto che ne ruotava intorno. Questo il calcio non deve e non puo’ permetterselo.

Glauco Nicolini